Il POCT non fallisce soltanto quando sbaglia. Fallisce anche quando ha ragione.
- Francesco Lazzari
- 10 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min

Un risultato ottenuto in cinque minuti non è vera prossimità se nessuno ha progettato il minuto successivo.
Lo dico in modo volutamente scomodo: un dispositivo può essere conforme, tecnicamente performante, sottoposto ai controlli previsti e utilizzato da personale formato. Il risultato può persino essere analiticamente corretto.
Eppure, il servizio può comunque fallire.
Accade quando quel risultato non attiva una decisione, non entra in un percorso e non trova un professionista o un’organizzazione chiamati a prenderlo in carico.
Abbiamo discusso molto — giustamente — di precisione, bias, interferenze, campione capillare, correlazione con il laboratorio, destinazione d’uso, IVDR, controllo qualità e formazione degli operatori.
Ma continuiamo a dedicare poca attenzione alla domanda più importante:
che cosa accade dopo la comparsa del risultato?
Il risultato “orfano”
Chi valuta un dato inatteso o incoerente?
Chi applica l’eventuale procedura di ripetizione o conferma?
Chi riconosce un valore che richiede un approfondimento tempestivo?
Chi comunica il risultato senza trasformare uno screening in una diagnosi, ma anche senza ridurlo a un semplice numero stampato?
Chi informa il medico o indirizza la persona verso il percorso appropriato?
Chi verifica che quella persona sia stata realmente presa in carico?
Se queste responsabilità non sono definite prima dell’esecuzione del test, il risultato diventa un dato orfano: prodotto correttamente, consegnato rapidamente, ma privo di una destinazione clinica e organizzativa certa.
E un dato orfano non è innocuo.
Può generare falsa rassicurazione, allarme ingiustificato, ripetizioni inutili, ritardi, accessi impropri ai servizi sanitari o perdita del paziente durante il percorso di approfondimento.
In altre parole, possiamo avere avvicinato l’analizzatore senza avere realmente avvicinato la cura.
Misuriamo il tempo al risultato. Ma chi misura il tempo alla decisione?
Nel POCT celebriamo spesso il turnaround time: cinque, dieci, quindici minuti.
È certamente un indicatore importante. Ma non è sufficiente.
Un risultato disponibile in cinque minuti, seguito da giorni di silenzio organizzativo, non rappresenta un vero progresso rispetto a un esame di laboratorio correttamente inserito in un percorso assistenziale.
Dovremmo allora iniziare a misurare anche:
il tempo trascorso tra il risultato e l’azione appropriata;
la percentuale di risultati anomali con presa in carico documentata;
la corretta applicazione dei percorsi di conferma;
la tracciabilità della comunicazione;
l’integrazione del dato nella storia sanitaria della persona;
i casi nei quali il paziente viene perso durante il follow-up.
Non sono indicatori imposti indistintamente da una norma. Sono una proposta di maturità organizzativa.
Perché la velocità analitica ha valore soltanto quando produce tempestività clinica.
La conformità del dispositivo non sostituisce la governance del servizio
Il Regolamento europeo IVDR stabilisce requisiti elevati di sicurezza, prestazione, destinazione d’uso e tracciabilità per i dispositivi diagnostici in vitro. Ma la conformità del dispositivo, pur indispensabile, non può progettare da sola il percorso nel quale quel dispositivo viene utilizzato.
Anche il quadro internazionale attuale guarda al POCT come parte di un sistema di qualità e competenza: la ISO 15189:2022 è applicabile al point-of-care testing, mentre la ISO/TS 22583:2024 richiama specificamente requisiti e responsabilità di supervisori e operatori.
La tecnologia può indicare come eseguire il test.
L’organizzazione deve stabilire perché eseguirlo, su chi, in quale contesto, con quali limiti e soprattutto che cosa fare del risultato.
Dal point-of-care testing al point-of-care responsibility
La diagnostica di prossimità non dovrebbe diventare una guerra di competenze tra laboratorio, farmacia, medicina territoriale, professioni sanitarie e istituzioni.
Dovrebbe essere un’architettura di responsabilità condivise e chiaramente delimitate.
Questo non significa riportare necessariamente ogni esecuzione all’interno del laboratorio. Significa distribuire l’esecuzione mantenendo unitari la cultura della qualità, le regole, la supervisione, la tracciabilità e i criteri di presa in carico.
Il territorio non ha bisogno di tanti piccoli sistemi isolati.
Ha bisogno di una rete nella quale nessun risultato rimanga senza un responsabile e nessun paziente sia lasciato solo davanti a un numero.
Forse, allora, dobbiamo smettere di domandarci soltanto chi “possiede” il POCT.
La domanda più utile è un’altra:
chi si assume la responsabilità di ciò che il POCT rende visibile?
Perché un risultato rapido senza una responsabilità assegnata non accelera la cura.
Accelera soltanto l’incertezza.
Nella vostra organizzazione, quando un POCT produce un risultato anomalo, ciò che deve accadere nei trenta minuti successivi è già scritto, tracciato e misurato?
Oppure dipende ancora dalla sensibilità del singolo operatore?
Dott. Francesco Lazzari



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