UN TEST NON PRESCRIVE UN ANTIBIOTICO
- Francesco Lazzari
- 10 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min

POCT, farmacia e antibiotico-resistenza: la diagnostica di prossimità può ridurre l’incertezza, ma soltanto all’interno di un percorso clinico
Un cittadino entra in farmacia con febbre, tosse e malessere.
La domanda, spesso, è sempre la stessa:
«È un’infezione virale oppure mi serve un antibiotico?»
La tentazione tecnologica è quella di cercare una risposta immediata in un numero: proteina C-reattiva bassa o elevata, parametro normale o alterato, test negativo o positivo.
Ma la medicina non funziona come un semaforo.
Un POCT può contribuire a ridurre l’incertezza. Non può trasformare da solo un biomarcatore in una diagnosi e, soprattutto, non può decidere automaticamente se prescrivere un antibiotico.
Questa distinzione è oggi decisiva.
Un’emergenza tutt’altro che invisibile
Il 16 luglio 2026 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha aggiornato i dati sull’antimicrobico-resistenza. Nel 2023 circa un’infezione batterica confermata in laboratorio su sei risultava resistente agli antibiotici. Nel 2021 la resistenza antimicrobica batterica è stata associata a oltre 4,7 milioni di decessi nel mondo.
Non si tratta, quindi, di una minaccia futura. È un problema clinico già presente nei nostri ospedali, negli ambulatori e sul territorio. Fonte: OMS, 16 luglio 2026
Anche i dati italiani meritano attenzione.
Secondo il Rapporto AIFA sull’uso degli antibiotici, pubblicato nell’aprile 2026 e riferito al 2024, quasi quattro cittadini su dieci hanno ricevuto almeno una prescrizione antibiotica nel corso dell’anno.
Soltanto il 54,8% delle prescrizioni a carico del Servizio sanitario nazionale ha riguardato antibiotici del gruppo “Access”, quelli considerati di prima scelta dalla classificazione AWaRe dell’OMS. Il target europeo per il 2030 è almeno il 65%.
Ancora più significativo è il rapporto tra consumo di antibiotici ad ampio spettro e a spettro ristretto: 12,3 in Italia contro una media europea di 4,6. Fonte: Rapporto AIFA 2024
L’Unione europea chiede, entro il 2030, una riduzione del 20% del consumo complessivo di antibiotici nell’uomo. Ma diminuire i consumi non significa semplicemente prescrivere meno. Significa prescrivere meglio, evitando una terapia inutile senza ritardarne una necessaria. Fonte: Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea
È proprio in questo spazio, stretto e delicato, che la diagnostica di prossimità può esprimere il proprio valore.
La proteina C-reattiva non identifica un batterio
La proteina C-reattiva, o CRP, è un biomarcatore sensibile ma non specifico dell’infiammazione.
Può contribuire a valutare l’intensità della risposta infiammatoria e, in determinati contesti clinici, aiutare a distinguere le condizioni verosimilmente autolimitanti da quelle che richiedono un approfondimento.
Ma la CRP:
non identifica il microrganismo responsabile;
non dimostra automaticamente che l’infezione sia batterica;
non indica quale antibiotico utilizzare;
non sostituisce un esame microbiologico o un antibiogramma;
non esclude da sola una patologia grave;
non può essere interpretata prescindendo dai sintomi, dal tempo trascorso dall’esordio e dalle condizioni del paziente.
Un valore elevato non equivale necessariamente a “antibiotico sì”. Un valore contenuto non equivale sempre a “antibiotico no”.
Il risultato modifica una probabilità clinica. Non produce una verità assoluta.
Le indicazioni scientifiche disponibili mostrano che il CRP-POCT può sostenere l’appropriatezza nelle infezioni respiratorie quando viene associato alla valutazione clinica, a criteri interpretativi definiti, alla comunicazione con il paziente e al cosiddetto safety netting: istruzioni chiare su cosa osservare e quando richiedere una nuova valutazione. Approfondimento scientifico
La prova scientifica non autorizza semplificazioni
La letteratura sul CRP-POCT è complessivamente promettente, ma non uniforme.
Diversi studi e revisioni mostrano una riduzione delle prescrizioni antibiotiche quando il test viene inserito in protocolli clinici strutturati. Tuttavia, uno studio randomizzato francese pubblicato nel 2024 non ha rilevato una diminuzione significativa delle prescrizioni attraverso la sola introduzione del CRP-POCT. Studio clinico
Un altro studio condotto nei centri di assistenza primaria di Barcellona ha evidenziato un dato particolarmente interessante: la formazione sulla comunicazione con il paziente ha prodotto una riduzione statisticamente significativa del consumo di antibiotici, mentre l’effetto del test, pur favorevole, non ha raggiunto la significatività statistica anche a causa della ridotta numerosità del campione. Studio randomizzato
Il messaggio è molto chiaro.
La tecnologia, da sola, non modifica automaticamente i comportamenti prescrittivi.
Il risultato migliora la decisione soltanto quando esistono:
operatori formati;
criteri di inclusione ed esclusione;
protocolli interpretativi;
comunicazione efficace;
collegamento con il medico;
rivalutazione del paziente;
tracciabilità dell’intero processo.
In altre parole, il POCT non è l’intervento. È una componente dell’intervento.
Il ruolo possibile della farmacia
La farmacia territoriale è uno dei luoghi nei quali il cittadino porta più frequentemente i primi segnali di un problema: febbre, tosse, mal di gola, dolore, stanchezza, persistenza dei sintomi.
È quindi un punto naturale di intercettazione e orientamento.
Nei modelli organizzativi e regolatori nei quali il testing di prossimità sia previsto, la farmacia potrebbe contribuire all’antimicrobial stewardship non trasformandosi in un ambulatorio prescrittivo, ma diventando un nodo qualificato della rete territoriale.
Il suo compito non sarebbe stabilire quale antibiotico assumere. Sarebbe contribuire a produrre un’informazione affidabile, riconoscere le situazioni che richiedono valutazione medica, spiegare i limiti del test e facilitare un passaggio rapido e documentato verso il professionista competente.
La sequenza corretta dovrebbe essere:
bisogno clinico, valutazione, eventuale test appropriato, interpretazione contestuale, comunicazione del rischio, invio al medico e monitoraggio dell’evoluzione.
Quando questa catena si interrompe, il test rischia di generare falsa rassicurazione oppure un nuovo automatismo prescrittivo.
Cosa serve per un modello realmente sicuro
Un progetto territoriale dedicato all’appropriatezza antibiotica dovrebbe prevedere almeno cinque condizioni.
La prima è una popolazione target chiaramente definita. Non tutti i pazienti con febbre o sintomi respiratori sono candidabili allo stesso percorso.
La seconda è il rispetto della destinazione d’uso del dispositivo, delle indicazioni del fabbricante e del quadro previsto dal Regolamento europeo IVDR. Un analizzatore disponibile sul mercato non è automaticamente idoneo a ogni ambiente, operatore o finalità clinica. Regolamento (UE) 2017/746
La terza è un sistema qualità reale: identificazione del paziente, corretto campionamento, controlli, manutenzione, gestione delle non conformità, formazione e verifica periodica delle competenze. La ISO 15189:2022 è espressamente applicabile anche al POCT e ricorda che la prossimità non riduce i requisiti di qualità. ISO 15189:2022
La quarta è un protocollo condiviso con medici, biologi, farmacisti e laboratori, comprensivo di criteri di invio, segnali d’allarme e modalità di rivalutazione.
La quinta è la misurazione degli esiti. Non basta contare quanti test sono stati eseguiti. Occorre verificare quante prescrizioni inappropriate siano state evitate, se vi siano stati ritardi diagnostici, quanti pazienti abbiano richiesto una seconda valutazione e quale sia stato l’esito clinico.
Un servizio sanitario si valuta per ciò che migliora, non per il numero di prestazioni che produce.
Un’occasione per il nuovo PNCAR
Il Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza 2022-2025 è stato prorogato fino al 31 dicembre 2026, mentre è in preparazione il nuovo Piano.
Questa fase rappresenta un’occasione concreta per riconoscere il ruolo della diagnostica decentrata nei programmi territoriali di antimicrobial stewardship.
Non attraverso campagne commerciali o test isolati, ma mediante progetti verificabili, interoperabili e coordinati con la medicina generale, la pediatria, la microbiologia e i servizi farmaceutici. Ministero della Salute – coordinamento PNCAR
La farmacia può contribuire. Il POCT può contribuire. La tecnologia può contribuire.
Ma nessuno di questi elementi può agire da solo.
Dal numero alla responsabilità
Contrastare l’antibiotico-resistenza significa anche imparare a convivere con l’incertezza clinica senza trasformarla automaticamente in una prescrizione.
Un test ben utilizzato non elimina il ragionamento: lo rende più informato.
Non sostituisce il medico: migliora la qualità delle informazioni disponibili.
Non rimpiazza il laboratorio: anticipa o orienta un percorso che, quando necessario, deve arrivare all’identificazione microbiologica e alla valutazione della sensibilità agli antibiotici.
Il miglior POCT non è quello che produce un numero prima degli altri.
È quello che aiuta a evitare l’antibiotico sbagliato senza ritardare quello necessario.
Questa è diagnostica di prossimità.
Questa è appropriatezza.
Questa è responsabilità sanitaria.
Dott. Francesco Lazzari



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